Зад определението lunch and coffee стои внимателно балансирано меню, в което наред DELITTO MATTEOTTI с познатите ти ястия можеш да се поглезиш и с неща като ароматен пъпеш с прошуто или панирани пълнени маслини.
Богатото разнообразие от SANTORO салати и основни ястия се подразбира, но е впечатляващ и избора сред предложения за закуска
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Silvio Berlusconi
( Collage della pagina di una chat room e di un bed and breakfast di Sofia.
Qualcuno ha una vaga idea di cosa voglia dire? )
Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, passerà probabilmente alla storia per la sua Lecture del 7 febbraio sulla “Prospettiva religiosa sulla Legge Civile e Religiosa in Inghilterra” in cui inanella una serie di considerazioni di diritto che segnano il definitivo passaggio dal multiculturalismo relativista al totalitarismo teocratico. Tutto il suo ragionamento si basa su un baricentro teologico falso: il presupposto islamico di una “convenance”, di un patto, tra il divino e l’umano. L’errore deriva dalla superficiale lettura di una comune ascendenza abramitica delle tre religioni (errore comune, peraltro, anche a molti cattolici, fautori del dialogo interreligioso). Ma l’islam – soprattutto oggi, in passato sul punto non è stato univoco – è tale perché nega che “Abramo fosse ebreo o cristiano”, lo definisce “hanif”, fedele, nega qualsiasi “patto” tra uomo e Allah, e infatti si definisce proprio con quel termine – islam – che significa “sottomissione”, perché il Corano e ancor più la teologia coranica contemporanea sostengono che l’uomo nasce naturaliter musulmano, che l’islam è la “religione naturale dell’Uomo” (vedi articolo 10 della “laica” Dichiarazione dei diritti umani nell’islam del 1990). La non appartenenza alla umma dei fedeli musulmani è dunque una “devianza”, tollerata nel caso di cristiani, ebrei e zoroastriani, combattuta in tutti gli altri casi. L’apostata, il convertito, commette non solo un peccato politico, perché tradisce la polis musulmana, ma un peccato “contro natura”. Da qui quella discussione sull’entità della pena che coinvolge oggi il mondo musulmano di cui Williams sa vedere solo la parte epidermica (se l’apostata sia o no da condannare a morte), accontentandosi di registrare una certa disparità di vedute. In realtà il dibattito odierno – vedi le recenti posizioni di al Azhar – s’incentra sulla discussione di una condanna a morte dell’apostata solo quando “dà scandalo” – vedi il teologo di riferimento del sindaco di Londra Ken Livington, Yusuf al Qaradawi – o sempre e comunque (Afghanistan, Yemen, Iran, Arabia Saudita, Sudan, Mauritania). I continui richiami a un islam di fantasia conducono poi Williams all’adesione alla definizione della sharia di Tariq Ramadan: “Espressione dei principi universali dell’islam, struttura e pensiero che li attualizzano nella storia umana”. Williams forse non se ne accorge, ma nell’abbracciare questa definizione si fa anch’egli propugnatore di un’iperfondamentalista e totalitaria definizione del diritto. Una definizione opposta all’habeas corpus, alla distinzione tra “Dio e Cesare”, alla separazione tra “legge materiale e legge spirituale” della “Lettera agli ebrei” di San Paolo, dei principi di Montesquieu, dell’origine contrattuale – questa sì – del rapporto tra cittadino e stato di Hobbes e Locke che chiude la giurisprudenza riferita al divino. Per non parlare dell’indifferenza verso il rispetto dei principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu. No, per Willams-Ramadan il Diritto deve attualizzare nella storia umana i principi universali enunciati da Allah nel Corano, tramite Maometto. Inizio e fine della disquisizione del pensiero giuridico musulmano (fiqh) è questo, con in più lo specifico di un obbligatorio riferimento alle decisioni materialmente prese da Maometto nella sua “polis” di Medina. Sposata la più fondamentalista e totalitaria impostazione del ragionamento giuridico e normativo, negata ogni legittimità normativa alla società civile e alle istituzioni dello stato liberale, deprivato il corpo elettorale della libertà di stabilire e modificare leggi e norme attraverso i meccanismi dello stato parlamentare, assegnata alla casta dei “giureconsulti-teologi” (come Ramadan e lui stesso, probabilmente) il compito di definire le norme assonanti con i “Principia”, avendo come unico riferimento il calare nella storia umana della legge divina, Williams compie poi i passi successivi. Se così stanno le cose, infatti, non si vede perché non si debba dare a ogni singolo credente la libertà di “scegliersi il codice di riferimento giuridico a lui più consono a seconda delle sue convinzioni religiose”. Che gli ebrei seguano il diritto di famiglia che preferiscono e così i musulmani, gli indù, i cristiani e via frazionando. Il più spinto “relativismo giuridico”, apoteosi del multiculturalismo britannico, trova così il suo apice esaltando la piena “sovranità di Dio”, gestita in maniera inderogabile da una piccola casta dei “sacerdoti”, autoreferente, unica autorizzata – Ramadan docet – a “interpretare” la Legge.
Per comprendere questa posizione, così come la crisi del multiculturalismo inglese, va detto che l’arcivescovo Williams si muove in un contesto di Common Law, in un paese in cui la norma non è stata definita da codici, ma dalla giurisprudenza dei tribunali legittimati da uno stato che non conosce il concetto di Costituzione, il cui sovrano, il re, è anche capo della chiesa anglicana; giurisprudenza solo in seconda battuta – e non in tutti i casi – “normata” da un voto parlamentare. Non a caso, proprio in questi giorni, alcuni tribunali inglesi hanno indirettamente legittimato la poligamia – proibita in Inghilterra – condannando lo stato a pagare pensioni e assistenza a mogli e figli di matrimoni poligamici contratti da musulmani in patria. Tutto questo, però, può costituire solo un’attenuante lieve a fronte dello scandalo rappresentato da un ragionare dell’arcivescovo che mai ha come riferimento l’ancoraggio al tema dei diritti umani e del rispetto della sovranità popolare. Certe leggi – sostiene l’arcivescovo (non dice esattamente quali) – non hanno nel popolo la loro sede decisionale, ma in Dio, nelle diverse letture e tradizioni della legge divina. In tutto il suo elaborato – sempre in tema di giurisprudenza di Common Law – prevale il pio desiderio di ottemperare la coesistenza di norme derivate da “principi religiosi” diversi e mai, mai, il tema della difesa intransigente della libertà dell’individuo – a partire da quella della donna, semischiavizzata dalla sharia di Ramadan – e del limite posto alla sanzione della comunità dall’“habeas corpus”. Chi si chiede quali siano le origini profonde dell’apparente mistero della britannicissima educazione di alcuni degli attentatori del Tube di Londra del 2005 ha una buona traccia su cui lavorare.
Sulla natura dei complotti
e sulle teorie della cospirazione
da Karl. R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, cap. 14
“ Per chiarire la mia posizione, descriverò in breve una teoria diffusa, a mio parere agli antipodi dello studio scientifico dei fatti sociali.
La chiamerò "teoria della cospirazione nella società".
Per questa tesi, spiegare i fenomeni sociali è scoprire certi uomini o organizzazioni con un interesse a far accadere un dato evento.
Spesso un'interesse occulto, appena da smascherare.
Questi attori hanno- così si sostiene - pianificato in modo da realizzare quegli eventi.
Questa concezione della società discende dall'errata convinzione che qualunque cosa vi avvenga - specie cose aborrite come guerre disoccupazione povertà e carestie - esca dalle intenzioni di certi maggiorenti o di gruppi organizzati.
Questa teoria è largamente creduta ed è perfino più vecchia dello storicismo.
Del resto, come si può osservare nella sua primitiva forma teistica, quest'ultimo è un derivato della teoria della cospirazione.
Nella sua versione contemporanea essa è il tipico risultato della secolarizzazione di superstizioni religiose, al pari dell'odierno storicismo e di un certo atteggiamento verso le "leggi di natura".
La credenza negli dèi omerici, le cui contese gettano luce sugli eventi della guerra di Troia, ha fatto il suo tempo: gli dèi sono stati abbandonati.
Il loro posto però è occupato da occulti maggiorenti o da consorterie, sinistri gruppi di pressione le cui male intenzioni sono è causa di tutti i mali sofferti.
Sono, di volta in volta, gli anziani savi di sion, i monopolisti, i capitalisti, gli imperialisti.
Non intendo dire che non accadano cospirazioni.
Al contrario esse sono caratteristici fenomeni sociali.
Giocano un grande ruolo, per dire, quando chi crede nella teoria della cospirazione sale al potere. Infatti, chi crede in cuor suo di avere la ricetta per un paradiso in terra è assai incline a questa teoria, e finirà con l'entrare in un controcomplotto per difendersi da inesistenti cospiratori.
Non ci stupisce più di tanto.
L'ovvia spiegazione per il fallimento del loro paradiso è la malvagia volontà del Maligno, personaggio in penombra con un interesse acquisito nell'edificazione dell'inferno.
Ma le cospirazioni accadono, dobbiamo ammetterlo.
Nonostante questo, il banale scoglio su cui inciampano le pretese della teoria della cospirazione è che pochissime alla fine hanno successo.
I cospiratori raramente portano a compimento i loro piani.
Come mai? Perché il risultato raggiunto è così distante dalle aspirazioni?
Semplicemente perché questa è la norma nella vita sociale- complotto o non complotto. ”
Partito Democratico
( Fabula Phaedri de musca et mula )

Traina il carretto Walter Veltroni, sguardo acuto e lungimirante. A cavalcioni il quarto potere, sua eccell. rev. ingegner DeBenedetti che agita in mano Rep. e la frusta di quotidiani "imparziali". Si ammiri il carico misto di eguaglianza, giustizia, libertà e totalit...ehm, socialismo in botti di rovere.
Sprona l’asinello il moscone cocchiere Marco G. Pannella, in alto a sinistra, con ronzio tipicamente liberale...
( E, sullo sfondo, florido e rigoglioso l'albero del Progresso… )
Anche se Augias ci spera,
nessuno lo processa per il libro su Gesù
Roma. Giovedì si leggeva sulla prima pagina di Repubblica un pezzo pieno di buon senso vergato da un battagliero Corrado Augias che denunciava: “Io, processato dalla chiesa per il mio libro su Gesù”.
Il corsivista di largo Fochetti raccontava di essere stato vittima di una dotta “reprimenda” che monsignor Romano Penna, noto studioso di esegesi evangelica, gli aveva rivolto mercoledì nel corso di una conferenza all’Università lateranense. Un processo da santa inquisizione, perché, polemizzando con lui, monsignor Penna avrebbe detto che “non si può parlare di Gesù senza la fede e non si può capire Gesù se si prescinde dalla fede”.
Per questo Augias, paladino della laicità, spiegava come Gesù si capisca molto meglio “prescindendo dalla fede”, difendeva il suo libro, ribadiva la sua tesi e rivendicava l’indipendenza della ricerca storica dalla fede e dalla religione.
Sacrosanto verrebbe da dire, se si eccettuasse il dettaglio insignificante che a quanto pare Penna non lo ha degnato di alcuna reprimenda. Anzi, pare proprio che il professore porporato non abbia mai citato Augias e il suo libro, neanche per sbaglio.
Pare dunque che Augias si sia inventato vittima di un processo e che, preso dalla foga eccessiva di difendersi da un’accusa fantasma, si sia pure immaginato che il professore Penna avesse polemizzato sull’eccessiva liberalità della ricerca storica che vorrebbe raccontare Cristo negando la fede. Balle storiche.
Eppure Augias alla conferenza era presente e non si può dunque neppure ipotizzare che forse qualcuno lo ha male informato. Infatti la sua presenza non è passata inosservata, come conferma Sergio Lanza, professore all’Università lateranense e organizzatore dell’incriminata “lectio” tenuta da Romano Penna. “Augias ha ascoltato due terzi dell’intervento, poi si è alzato e se ne è andato”.
Monsignor Lanza è più stupito che arrabbiato. Spiega che la conferenza era prevista da due anni e che si è trattato di un incontro sulla figura di Gesù per come è stata trasmessa dalle fonti evangeliche. “Per questo si era pensato a Romano Penna, che è un esperto di esegesi neotestamentaria. Certo è evidente che la posizione di Penna diverge da quella di Augias, ma il saggio del giornalista non è stato valutato in alcun modo nel corso dell’incontro. Non se ne è proprio parlato, neanche per sottintesi, e neanche si è fatta polemica indiretta sulla libertà di ricerca storica. Figuriamoci. Anche noi siamo degli studiosi, degli accademici. Non è mica il medioevo. Non siamo dei Torquemada, la bellezza di questi argomenti, al contrario, sta proprio nell’affrontarli con limpidità e apertura di mente”.
Il professor Lanza ci aiuta anche a fare chiarezza e spiega che Augias – assodato che nessuno ce l’aveva con lui – ha probabilmente travisato le parole di Penna relative ai Vangeli e alla figura storica del Cristo.
Parole non da oscurantista inquisitore, ma da studioso, da filologo biblista. Infatti Penna non ha detto che non si deve studiare Gesù prescindendo dalla fede, ma ha semplicemente evidenziato che le uniche fonti storiche sulla vita di Gesù Cristo sono i Vangeli, che per loro natura sono delle peculiarissime biografie scritte da credenti per dei credenti. E che dunque lo studio della figura di Cristo non può prescindere dal cristianesimo proprio per la natura stessa delle fonti biografiche, che furono scritte allo scopo di diffondere la fede e non semplicemente di raccontare la vita di Gesù.
Lapalissiano. Tuttavia Augias è un bravo professionista, uno che ogni libro che scrive è un successo, e va perdonato. D’altro canto cogliere un’occasione per vittimizzare un proprio libro sta un po’ nelle cose, fa parte del gioco. Perché un libro processato e censurato è un libro che si garantisce lunga vita.
Gli esempi sono innumerevoli. Anche opere mediocri sono rimaste scolpite nell’immaginario collettivo perché, maledette, scomunicate e processate. E infatti essere processati in certi casi è una tale ambizione per lo scrittore da spingerlo fino a inventarsela, la censura, quando questa disgraziatamente non dovesse arrivare. Ciò è comprensibile e per questo Augias, che è pure bravo, va perdonato. Ma non si poteva non raccontare. Amicus Plato sed magis amica veritas.
3 marzo 2007, il Foglio pag. 2
Ben prima che Grillo inventasse la formula della "gita su Roma", prevista per il 25 luglio con lo scopo di liberare dalle istituzioni - tutte le istituzioni fuorché la piazza - la "democrazia sequestrata".
E io parlavo seriamente con il "campeggio nel parlamento": realmente mi aspettavo una manifestazione contro le istituzioni.
Ora, o sono io veggente o buona parte dell'elettorato è politicamente cieco.
La folla massificata di ieri, quel rozzo comitato di salute pubblica all'attacco di tutto in nome della "pubblica moralità" e della "giustizia sostanziale", era prevedibile dal 1994.
Potrei obiettare punto per punto che quasi tutte le accuse mose in quella sede era basate su clamorose fesserie, come la "anticostituzionalità" del Lodo Alfano o dell'emendamento al decreto sicurezza.
Ma servirebbe a qualcosa?
La protesta non era contro questa o quella decisione dello schieramento conservatore e liberale.
La piazza, prevalentemente di sinistra, pretendeva di essere il depositario della libertà e della costituzione, di non avere avversari legittimi, ma solo "fascisti".
C'è un seme di cui da 14 anni si continua a dire: "Attenti, è pericoloso.", ma chi mette in guardia è "complice del regime".
Ora il germoglio comincia a spuntare dal fetido letame e a prendere una forma precisa ed inquietante.